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Uccellacci e santarellini

Autore: Matteo Matzuzzi
Da Malachia alla beata Emmerick, le nefaste profezie sul Papato
“Fra i volatili terrete in abominio questi, che non dovrete mangiare, perché ripugnanti: l’aquila, l’ossìfraga e l’aquila di mare”, recita il Levitico. Non c’è il gabbiano, ma il genere è più o meno quello. La Bibbia mette in guardia da quegli uccellacci: sono impuri, deplorevoli. Abramo fu costretto a scacciarli mentre si calavano sulle prede sacrificate a suggello dell’alleanza con Dio. Presagio nefasto, segno che la sua discendenza sarebbe stata perseguitata. E dopotutto, come diceva san Paolo, la discendza di Abramo è quella cristiana. Qualcuno in piazza San Pietro, domenica al termine dell’Angelus, ha ricordato questi episodi, mentre guardava il gabbiano attaccare la povera colomba. Inseguirla, sbranarla, divorarla. Scena raccapricciante che assumeva tinte ancor più fosche se si considerava che insieme al gabbiano reale c’era pure un’enorme cornacchia nera – immediato e scontato il collegamento con i corvi (umani, però) che azzopparono il pontificato ratzingeriano – intenta a dare la caccia ai poveri volatili appena liberati dal Papa.  Niente di strano, tranquillizzano laicamente e con un sorriso divertito gli etologi: non avete mai visto un gabbiano reale che stordisce, colpisce e mangia un piccione in un parco, una piazzetta o più semplicemente sul tetto del palazzo di fronte al vostro? Accade continuamente, soprattutto quando il gabbiano affamato non ne può più di rovistare tra i rifiuti lasciati in mezzo alla strada e di pesce fresco in giro non ce n’è neanche l’ombra. Ecco, la colomba è nient’altro che un piccione, cambia solo la livrea, ma la sostanza è quella. Ha pure lo stesso nome latino, columba livia.
 
Tutto vero, ma se l’attacco avviene in piazza San Pietro, se la colomba a essere colpita e finita a colpi di becco è quella poco prima liberata dal Papa, a pensar male ci vuole poco. Per i celti, il gabbiano annunciava la tempesta incombente, l’arrivo di qualcosa di spaventoso, tormentato, oscuro.
 
Così, qualcuno non propriamente in sintonia con il magistero di Papa Francesco ha subito visto in quel rapido inseguimento tra volatili il compimento della profezia di san Malachia, con Francesco ultimo Papa prima della fine dei tempi; ha ricordato le profezie della beata Emmerick sulla distruzione della chiesa quando a Roma ci sarebbero stati due pontefici. Tutto torna, dopotutto: il fulmine che colpisce la cupola di San Pietro il giorno in cui Benedetto XVI rinuncia al ministero petrino, la folgore che danneggia la mano del Cristo Redentore sul Corcovado una settimana fa, e ora corvidi e gabbiani che divorano le colombe papali.
 
E quel gabbiano – che è uno degli attributi di sant’Ambrogio –, mica sarà lo stesso che se ne stava appollaiato sul comignolo della Sistina per ore intere, aspettando la fumata bianca? Non ci sarà un significato nascosto anche qui? Notavano poi acuti osservatori presi dall’angoscia e convinti di aver intravisto i contorni ancora sfumati del mysterium iniquitatis, che questa è la prima volta che le colombe scappano dal Palazzo apostolico: di solito rientravano nella casa del Papa. Giovanni Paolo II rideva mentre i volatili si appoggiavano sullo zucchetto: “Lo spirito santo sotto forma di colomba  – i Vangeli ricordano che quando Gesù fu battezzato, lo spirito divino discese su di lui nella forma di una colomba – controlla che il Papa faccia tutto bene”, diceva mentre con la mano tentava di liberarsi dalla presenza del volatile. E così anche con Benedetto XVI. Pure l’anno scorso un gabbiano si diede alla caccia della colomba liberata da Ratzinger, ma questa riuscì a salvarsi nascondendosi dietro la serranda della finestra della camera da letto del Papa. Aperta, visto che il Papa in quel palazzo c’abitava ancora.
 
Forse, per evitare di scomodare san Giovanni e l’Apocalisse con tanto di trombe e sigilli pronti ad annunciare la fine di tutto, sarebbe bastato tenere aperta la finestra accanto a quella dello studio papale. La sciagurata colomba si sarebbe salvata, nonostante rapaci deplorevoli e impuri pronti a sbranarla.
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